Che un deputato della Camera, opponendosi alla riduzione dell’indennità dei parlamentari, non si pèriti di affermare che egli - perdinci! - non appartiene «all’ultima categoria dei metalmeccanici o dei lavoratori subordinati», dovrebbe essere considerato un episodio che, pur nella sua volgarità, rispecchia il senso comune classista tipico del rappresentante di un partito di destra. Può invece sorprendere chi non abbia seguito in questi decenni la parabola degenerativa dei partiti di sinistra nel nostro paese apprendere che l’autore della precisazione che abbiamo riportato è l’onorevole Arcangelo Sannicandro, deputato di Sinistra Italiana-Sel.
In realtà, questo edificante e istruttivo episodio non dovrebbe sorprendere se non coloro che ignorano l’esistenza del partito unico bicefalo della borghesia e, in buona sostanza, non sono abbastanza informati per sapere che nel parlamento italiano (Camera e Senato) dei 945 membri che ne fanno parte solo 9 appartengono alle categorie degli operai, degli agricoltori e degli artigiani, cioè l’1,4 % dei componenti delle massime assemblee ‘rappresentative’ (sic!) di una repubblica che pure proclama, nel primo articolo della sua Costituzione, di essere “democratica” e “fondata sul lavoro”. Né una siffatta dichiarazione di non appartenenza al mondo del lavoro è semplicemente un dato di fatto, poiché nel contesto della discussione parlamentare in cui è stata resa assume, per ciò che sottintende (la disuguaglianza tra coloro che detengono bassi livelli del titolo di studio e della formazione culturale e professionale e coloro che appartengono alla casta parlamentare in quanto possono far valere, oltre ad elevati livelli di reddito, livelli relativamente alti del titolo di studio e della formazione), l’inconfondibile significato di un valore eticamente e socialmente negativo, che può essere addotto come termine di paragone in un giudizio discriminante. Sennonché va detto che chiunque segua le vicende che riguardano quel gruppo parlamentare e i recenti tentativi di costruire, partendo da Sinistra Italiana-Sel, una nuova “cosa” di sinistra, sa benissimo che purtroppo i conti tornano. La verità è che questa sinistra non ha più nulla a che vedere con il lavoro e, di conseguenza, con il movimento operaio, delle cui esperienze di lotta non è più partecipe. Sannicandro non è un caso isolato; al contrario, egli è il prodotto coerente di quel processo di imborghesimento e di organica integrazione nella società capitalistica, che ha trasformato la sinistra, un tempo rappresentata dal Pci, nel principale amministratore degli affari di questo sistema.
La cosiddetta sinistra “radicale”, in Italia identificabile con la formazione sopra citata e in generale con i partiti che fanno riferimento alla Sinistra Europea, non solo è ormai un agente attivo e consapevole di questo processo, ma cerca anche di affermarsi a livello europeo come una “nuova” socialdemocrazia, puntando semplicemente a sostituire la socialdemocrazia storica che oggi, essendosi eccessivamente compromessa, vede ridursi i suoi consensi. La spettrale “radicalità” di questa sinistra consiste unicamente in una maggiore attenzione alla tematica dei diritti civili, legata ad una prospettiva riformista che è stata efficacemente sintetizzata da Fassina qualche tempo fa («sinistra come forza di civilizzazione del capitalismo») e posta sotto il segno di un’apologia acritica dell’Unione Europea, della quale vengono disconosciute le basi imperialistiche e retoricamente esaltate le “nobili” origini (si pensi al mito borghese e anticomunista del “Manifesto di Ventotene”). Del resto, se è vero che la sinistra di cui stiamo parlando si è recentemente definita, non senza una notevole dose di spocchia intellettuale, “cosmopolitica”, è altrettanto vero che tale sinistra si preoccupa di tenersi a debita distanza dal mondo del lavoro, che è stato ormai sostituito dalla ‘società civile’ (?) come nuovo soggetto di riferimento.
Ritengo perciò, di fronte al dispiegamento delle “armi di distrazione di massa” attivate dalla borghesia imperialista in questa fase putrescente della crisi del capitalismo, che chi intende assumere una corretta posizione di classe debba scegliere il profilo tagliente della ‘forma pura’ o, se si vuole, il gramsciano “spirito di scissione”. Un profilo che nasce dal tracciare una netta linea di demarcazione che separi nell’economia il lavoro salariato dal capitale; nella società il proletariato dalla borghesia; nella politica i comunisti non solo dai moderati, dai conservatori e dai reazionari, ma anche dalla sinistra e dai semplici progressisti; nell’ideologia i rivoluzionari dagli opportunisti; nella filosofia i materialisti dagli idealisti e dagli spiritualisti; nel campo delle “scelte di vita”, infine, gli atei dai credenti. Lo “spirito di scissione”, del quale qui si tesse l’elogio, è scomodo e può generare diversi inconvenienti, ma ha il vantaggio inestimabile di preservare la verità, la dignità e la libertà. Esso si rivela inoltre, per dirla con Carlo Emilio Gadda (cito da «Eros e Priapo»), un efficace antidoto alla classica sequenza del trasformismo italico, così ben incarnata dagli esponenti della sinistra: ossia una “tesi vana”, un’“antitesi barocca” e una “sintesi ruffiana”. Per parte nostra – vale la pena di ribadirlo - non siamo né di destra né di sinistra: siamo stati, siamo e resteremo comunisti.